herman melville - trad. cesare pavese
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E' forse [la tinta bianca] ch'essa adormbra con la sua indefinitezza i vuoti e le immensità spietate dell'universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero del nulla, quando contempliamo le profondità bianche della Via Lattea? Oppure avviene che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore quanto l'assenza visibile di colore e nello stesso tempo la fusione di tutti i colori: avviene per questo che c'è una tale vacuità muta e piena di significato in un paesaggio vasto di nevi, un incolore ateismo di tutti i colori, che ci fa rabbrividire? E quando consideriamo quell'altra teoria dei filosofi naturali, che tutte le altre tinte terrene, qualsiasi decorazione maestosa e graziosa, le dolci sfumature occidue dei cieli e dei boschi, e i velluti dorati delle farfalle e le guance di farfalla delle ragazze - quella teoria che tutte queste cose sarebbero soltanto astuti inganni non connaturati in realtà alle sostanze, ma soltanto sovrapposti dall'esterno, cosicché tutta la divina Natura si dipingerebbe soltanto come la prostituta le cui lusinghe non ricoprono altro che l'intimo sepolcro - e quando andiamo ancor oltre e pensiamo che il mistico cosmetico, il gran principio della luce, che produce ciascuno dei suoi colori, rimane in se stesso sempre bianco e incolore e, se operasse sulle cose senza un mezzo, vestirebbe ogni oggetto, persino le rose e i tulipani, con la sua tinta vacua: quando meditiamo tutto questo, l'universo paralizzato ci sta innanzi come un lebbroso; e come quei risoluti viaggiatori della Lapponia che si rifiutano di portare occhiali colorati sugli occhi, così lo sventurato miscredente contempla, tanto da accecarsi, il monumentale sudario bianco che gli ravvolge ogni prospetto intorno.
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Da Moby Dick, cap. XLII
E' forse [la tinta bianca] ch'essa adormbra con la sua indefinitezza i vuoti e le immensità spietate dell'universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero del nulla, quando contempliamo le profondità bianche della Via Lattea? Oppure avviene che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore quanto l'assenza visibile di colore e nello stesso tempo la fusione di tutti i colori: avviene per questo che c'è una tale vacuità muta e piena di significato in un paesaggio vasto di nevi, un incolore ateismo di tutti i colori, che ci fa rabbrividire? E quando consideriamo quell'altra teoria dei filosofi naturali, che tutte le altre tinte terrene, qualsiasi decorazione maestosa e graziosa, le dolci sfumature occidue dei cieli e dei boschi, e i velluti dorati delle farfalle e le guance di farfalla delle ragazze - quella teoria che tutte queste cose sarebbero soltanto astuti inganni non connaturati in realtà alle sostanze, ma soltanto sovrapposti dall'esterno, cosicché tutta la divina Natura si dipingerebbe soltanto come la prostituta le cui lusinghe non ricoprono altro che l'intimo sepolcro - e quando andiamo ancor oltre e pensiamo che il mistico cosmetico, il gran principio della luce, che produce ciascuno dei suoi colori, rimane in se stesso sempre bianco e incolore e, se operasse sulle cose senza un mezzo, vestirebbe ogni oggetto, persino le rose e i tulipani, con la sua tinta vacua: quando meditiamo tutto questo, l'universo paralizzato ci sta innanzi come un lebbroso; e come quei risoluti viaggiatori della Lapponia che si rifiutano di portare occhiali colorati sugli occhi, così lo sventurato miscredente contempla, tanto da accecarsi, il monumentale sudario bianco che gli ravvolge ogni prospetto intorno.
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Da Moby Dick, cap. XLII


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