alessandra frison: tre poesie

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Come ogni altra seria giornata
umida più del sonno dopo i doveri
mancati e le cinghie sempre
più strette sui numeri del calendario
le mani dichiarate ai gesti incerti della casa,
una stoviglia non è
al suo posto,
come Gianluca nel soffitto di Milano
si beve il suo Kierkegaard
un po’ nel suo bicchiere, un po’ con me,
dice che la cenere è finita
e la veglia fino al mattino si farà
insieme di primavera.



***

Spingo su seguiti antichi
il binario della giornata
nella chiusa
cerniera dell’incontro,
era di maggio e quasi
novembre lo chiamava
lacero sui corridoi.
Di infrangerci le ossa il tempo
ha dato il suo esempio
così tanto se mi conto
i minuti che avanzano
appesi alla ringhiera qui
sul Naviglio Grande,
poche facce si sgomentano
e lo allevano nel cuore
il veleno che rimorde
assieme a te divide
il sentiero dei corvi.



***

Sopra la linea ventiquattro
lo sgranarsi di via Larga tra i sedili
cosparsi di ogni voce, non si sa,
sul domani, sul comune,
tanto vale distrarmi e contenta
dei solchi di periferie che vanno
a rastremare terra acqua colline mi domino
in questa carovana di sguardi da accettare se non
amare alla cieca nel ventre
nel rapido affollarsi di mani
nel sogno di noi, muto.
In ogni parola
il silenzio paga la sua musica.

 

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