appunti

Ho visto sulle homepage di myspace molte poesie. Ne ho viste molte nei blog, e in piccoli “file” sconosciuti.

Mi sono a suo tempo imbattuto, come è successo a tanti, in un verso famoso: “Ci sono ancora canti da cantare al di là degli uomini”. Quindi non per me. Non per voi. Cosa cavolo ha scritto Paul Celan in questo verso?

Oltre a ‘esprimere’ se stessi (1), c’è dell’altro?

L’ultimo mio “post” è leggibile come una sorta di trapasso (il testo scritto non è il testo letto) dalla ricognizione dell’umano, secondo le mie forze, a questa dimensione (2) che ricordo e ricordiamo passare da Hölderlin in Paul Celan (R.M. Rilke, T.S. Eliot, Yves Bonnefoy, ecc.).

Hölderlin, la Torre-dimora sul fiume Neckar. Vista, toccata. E una passerella, le barche su questo piccolo fiume. Tübingen , la cittadina tedesca.

Ritorno all’oblio dell’ “io” (di cui ho scritto sull’Almanacco dello Specchio 2007 (3), Mondadori, ecc.). Credo abbia una portata non indifferente per la poesia lirica. Ossia? Cioè?

L‘oblio dell’ “io”, nel mio nuovo libro che uscirà a settembre, è certamente diverso da quanto si può capire da ciò che ho scritto lì, presentando quei giovani autori.

Dunque, riassumendo, tre modalità a cui pensare. Ma l’oscurità viene di nuovo a farmi visita. E rimane.



***

F. HÖLDERLIN


Quando l’uomo vive al di fuori di sé
e ciò che ne rimane gli fa segno,
allora è come se un giorno si staccasse dai giorni
perché l’uomo si mostri a questo resto
separato e rigettato dalla natura.

Come è solo nell’altra grande vita
dove intorno verdeggia la primavera
e perdura un’estate amica
fino a quando l’anno sprofonda veloce dentro l’autunno
e in un volo incessante le nubi intorno a noi.

(28 luglio 1842)



P. CELAN


IL CUORE SELVATICO, reso domestico,
dal colpo mezzo cieco,

nel polmone,

grumi di respiro che gorgogliano,

lentamente, lambita di sangue,
prende forma
la rara promessa
del lato destro,
parallela-
vita.

(1970)

 

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