cambio stile, forma, genere, ma procedo

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Molte passeggiate casuali. O due, tre luoghi dove la memoria recente mi porta. Sono qui, si fa qualcosa:
occhi, bocca, mani fanno qualcosa. O qualcuno che fa dipendere le mie ore, lo stare seduto insieme a…
Qualche piccola intesa che poi sfugge. Un altro, altri. Cosa volete? E cosa voglio, se voglio? O…




***

“Ho vissuto momenti di intensa felicità; era dentro di lei, o accanto; era quando ero dentro di lei,
o un po’ prima, o un po’ dopo” (Michel Houellebecq, La possibilità di un’isola, Bompiani 2005, p. 143).

Niente di più, niente di meno.




***

Non so cosa fosse una giacca da uomo per te, le gambe quando arrivavano dai tavoli, le bocche che
diventavano a volte il sorriso che volevi.
- Non buttarti addosso così, io tengo sempre le mani quando entrano perché mi fa male, perché quei
corpi non li ho scelti, capitano come gli alberi, i fari delle auto quando si fermano, a volte mi siedo
senza parlare, vedo solo le poche luci forti, il quadrante, gli orologi -.
La nostra vita, un lungo paesaggio che rimane dopo di noi. I viali, alle cinque di mattina, gli uomini con
le borse di plastica, la pioggia che non finiva. Ti dicevo: sarà un giorno bellissimo. Non parlavi, qualche
metro più avanti, e io guardavo dove i passi erano i tuoi. Ti giravi, gli occhi come una cosa vera del
mondo, di tutto il mondo.
“Via Piranesi sono gli alberi, i tre cartelloni in fondo dove sei nata. La sera nel parco, andiamo fino a
piazzale Susa. Chissà se dopo questo mondo noi c’eravamo.”
Era una poesia che leggevi senza dire niente, e io pensavo a cosa fare domani, domani non devi piangere
mai, domani andiamo a Stresa, devi parlarmi sempre di te. Sorridevi soltanto, gli occhi neri come una luce
della notte che si perdeva fuori, fino a dove riuscivamo a guardare, fino a  dove non eravamo più.

Milano 1991




***

Corpo non modellato dalla madre il mio.

Diavoli, erbe, il male, i vecchi che morivano,
i lamenti, il dodicenne in cancrena,
i gatti uccisi, il rospo che non si schiacciava,
le bambine impaurite, le risa, il languore...

Non è finita la stagione di vivere,
così l’uomo prende con le mani
nei pantaloni i quattro occhi che lo guardano.

Dos mujeres y un ombre (il riferimento è alle Pitture nere di Francisco Goya, alla tavola 10, ora al
Museo del Prado a Madrid), al primo piano della Quinta del Sordo, allora. Act of masturbation. Guardo
quelle facce. Feminae et vir. Smorfia dell’umano. Provengono dal nero. Non si stagliano, ma non sono
inghiottite, non potrebbero, lo sfondo non può invadere, con il suo non essere e il suo non-senso, “il
tenace spazio delle forme” (Yves Bonnefoy, Goya, Le Pitture Nere, Donzelli 2006, p. 74). Bocche uguali.
Bocche viste. Visione talmente immediata da imporsi come reale, persino come l’unica realtà (Bonnefoy).
E’ il nero dei corpi. Al limite del percepibile. All’estremo del possibile (cfr. Georges Bataille, L’esperienza
interiore
, Dedalo 1978) è provocata la propria carne al di sotto del ‘mondo’ dei corpi e delle loro illusioni.

 

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