quale mente
Fabio Giommi
La maggior parte degli scienziati impegnati nella ricerca sulla mente aderiscono a una prospettiva che nella comunità scientifica rappresenta attualmente lo sfondo filosofico dominante e rispecchia il modo in cui il cognitivismo ha forgiato le attuali concezioni sul cervello.
Quasi tutta la neurobiologia si è andata permeando della prospettiva cognitivista sull’elaborazione dell’informazione.
Il concetto fondamentale secondo cui il cervello sarebbe un congegno che elabora l’informazione e risponde selettivamente a caratteristiche dell’ambiente rimane il nucleo dominante della neuroscienza contemporanea.
A questo concetto si aggiunge l’adesione a un’opzione riduzionista per cui la mente è «nient’altro che», in un qualche senso da definire meglio col progredire della scienza, un prodotto, una funzione del cervello.
L’adesione di molti ricercatori a quest’opzione, che è legittima ma profondamente filosofica, appare però di fatto quasi inconsapevole, condizionata in modo automatico dalla visione prevalente. «Molto spesso le origini e gli assunti di tale prospettiva non sono neppure messi in discussione.»
Chalmers ha definito ironicamente questo diffuso atteggiamento come il «materialismo non-ne-ho-idea», che consiste nell’assumere questa posizione come scontata da parte di coloro che non hanno idea di come affrontare lo hard-problem circa la natura della coscienza ma asseriscono che, in ogni caso, deve essere riconducibile totalmente a una soluzione riduzionista.
«La neuroscienza nei prossimi decenni potrà sviluppare gli strumenti per indagare il più profondo dei misteri biologici: le basi biologiche della mente e della coscienza.».
Negli ultimi dieci anni tuttavia si è sviluppato un fenomeno di estremo interesse: la coscienza è ritornata a essere un tema legittimo di ricerca scientifica.
Un tema che concentra gli sforzi di numerose discipline: dalla fisica quantistica alla psicologia cognitiva, dalla neurobiologia alla filosofia. Ciò favorisce un intreccio e un arricchimento reciproco, dando vita a un fenomeno forse unico nella storia della scienza moderna.
La peculiarità di questo tema è data dal fatto che esso è così fondamentale che le domande scientifiche tornano spontaneamente e necessariamente ad avere valenza metafisica.
Indagare sull’evoluzione e sui diversi aspetti della coscienza implica ritrovarsi, mentre si sta facendo scienza empirica, a porre interrogativi sulla natura dell’Io, dell’identità personale, del libero arbitrio, sul ruolo causale della mente, sull’esistenza di livelli non materiali (materia nel senso usuale nel contesto delle teorie fisiche classiche) della realtà.
La maggior parte degli scienziati impegnati nella ricerca sulla mente aderiscono a una prospettiva che nella comunità scientifica rappresenta attualmente lo sfondo filosofico dominante e rispecchia il modo in cui il cognitivismo ha forgiato le attuali concezioni sul cervello.
Quasi tutta la neurobiologia si è andata permeando della prospettiva cognitivista sull’elaborazione dell’informazione.
Il concetto fondamentale secondo cui il cervello sarebbe un congegno che elabora l’informazione e risponde selettivamente a caratteristiche dell’ambiente rimane il nucleo dominante della neuroscienza contemporanea.
A questo concetto si aggiunge l’adesione a un’opzione riduzionista per cui la mente è «nient’altro che», in un qualche senso da definire meglio col progredire della scienza, un prodotto, una funzione del cervello.
L’adesione di molti ricercatori a quest’opzione, che è legittima ma profondamente filosofica, appare però di fatto quasi inconsapevole, condizionata in modo automatico dalla visione prevalente. «Molto spesso le origini e gli assunti di tale prospettiva non sono neppure messi in discussione.»
Chalmers ha definito ironicamente questo diffuso atteggiamento come il «materialismo non-ne-ho-idea», che consiste nell’assumere questa posizione come scontata da parte di coloro che non hanno idea di come affrontare lo hard-problem circa la natura della coscienza ma asseriscono che, in ogni caso, deve essere riconducibile totalmente a una soluzione riduzionista.
«La neuroscienza nei prossimi decenni potrà sviluppare gli strumenti per indagare il più profondo dei misteri biologici: le basi biologiche della mente e della coscienza.».
Negli ultimi dieci anni tuttavia si è sviluppato un fenomeno di estremo interesse: la coscienza è ritornata a essere un tema legittimo di ricerca scientifica.
Un tema che concentra gli sforzi di numerose discipline: dalla fisica quantistica alla psicologia cognitiva, dalla neurobiologia alla filosofia. Ciò favorisce un intreccio e un arricchimento reciproco, dando vita a un fenomeno forse unico nella storia della scienza moderna.
La peculiarità di questo tema è data dal fatto che esso è così fondamentale che le domande scientifiche tornano spontaneamente e necessariamente ad avere valenza metafisica.
Indagare sull’evoluzione e sui diversi aspetti della coscienza implica ritrovarsi, mentre si sta facendo scienza empirica, a porre interrogativi sulla natura dell’Io, dell’identità personale, del libero arbitrio, sul ruolo causale della mente, sull’esistenza di livelli non materiali (materia nel senso usuale nel contesto delle teorie fisiche classiche) della realtà.


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