A proposito di... Paul Celan
WIR LAGEN
schon tief in der Macchia, als du
endlich herankrochst.
Doch konnnten wir nicht
hinüberdunkeln zu dir:
es herrschte
Lichtzwang.
GIA’ STAVAMO DISTESI
nel profondo della macchia, allorché
tu finalmente ti accostasti carponi.
Ma non potemmo unirci a te
attraverso il buio:
regnava
luce coatta.
Che cos’è la luce coatta, o forse meglio la costrizione alla luce? Essa impedisce ogni possibilità di congiungimento, di unione. Eppure c’è il buio profondo dove niente si distingue. Essa vince anche il buio, l’invisibilità nel buio.
Si può unire il “WIR LAGEN” (“STAVAMO DISTESI”) a “Lichtzwang” (“luce coatta”). Ossia le reciproche forme visibili (dell’io e del tu) si rendono utopiche per la congiunzione o fusione (ma come? e dove?) dell’io con il tu, non hanno luogo. L’ “unirci a te” è una richiesta altissima e diventa fallimentare. Ma chi è questo ‘tu’? Ossessivamente Celan ripete nei suoi versi questo pronome.
Si potrebbe dire che l’irrecuperabilità del ‘tu’ coincidente con una Gerusalemme ‘uccisa’, sepolta, in una biografia segnata tragicamente dalla Shoah (la sua distruzione dell’umanesimo, la tremenda faglia ontologica tra l’io e il tu causata dallo sterminio) abbia provocato un trauma in cui la ricerca di un senso ultimo esula da un preciso contesto culturale, e si apre, nutrendosi di altre tradizioni o esempi, come quello di Hölderlin o Rilke, coinvolgendo altri
aspetti della vita come quello del rapporto con il ‘tu’ femminile, con il ‘tu’ erotico. Riporto una poesia tratta da Zeitgehöft (Dimora del tempo), raccolta pubblicata postuma nel 1976, nella traduzione di G. Bevilacqua (in Paul Celan, Poesie, Meridiani Mondadori, p.1307) per esemplificare il ‘tu’, l’ ‘io in te’, come è evidente di ascendenza ‘ebraica’: “C’ERA / la scheggia di fico sul tuo labbro, // c’era / Gerusalemme intorno a noi, / c’era / aroma di pino bianco /sopra la nave danese, a cui / eravamo grati, // io ero / in te.”
Rimane, credo, ancora a livello di domanda, alla quale ognuno può cercare di rispondere all’altezza di cui è capace.
Certo, ci s’intrattiene con il religioso, il mistico, o, volendo, con l’ambito percettivo conseguente all’approccio alla Fisica contemporanea. Al di là della biografia e dell’opera di Paul Celan.
schon tief in der Macchia, als du
endlich herankrochst.
Doch konnnten wir nicht
hinüberdunkeln zu dir:
es herrschte
Lichtzwang.
GIA’ STAVAMO DISTESI
nel profondo della macchia, allorché
tu finalmente ti accostasti carponi.
Ma non potemmo unirci a te
attraverso il buio:
regnava
luce coatta.
Che cos’è la luce coatta, o forse meglio la costrizione alla luce? Essa impedisce ogni possibilità di congiungimento, di unione. Eppure c’è il buio profondo dove niente si distingue. Essa vince anche il buio, l’invisibilità nel buio.
Si può unire il “WIR LAGEN” (“STAVAMO DISTESI”) a “Lichtzwang” (“luce coatta”). Ossia le reciproche forme visibili (dell’io e del tu) si rendono utopiche per la congiunzione o fusione (ma come? e dove?) dell’io con il tu, non hanno luogo. L’ “unirci a te” è una richiesta altissima e diventa fallimentare. Ma chi è questo ‘tu’? Ossessivamente Celan ripete nei suoi versi questo pronome.
Si potrebbe dire che l’irrecuperabilità del ‘tu’ coincidente con una Gerusalemme ‘uccisa’, sepolta, in una biografia segnata tragicamente dalla Shoah (la sua distruzione dell’umanesimo, la tremenda faglia ontologica tra l’io e il tu causata dallo sterminio) abbia provocato un trauma in cui la ricerca di un senso ultimo esula da un preciso contesto culturale, e si apre, nutrendosi di altre tradizioni o esempi, come quello di Hölderlin o Rilke, coinvolgendo altri
aspetti della vita come quello del rapporto con il ‘tu’ femminile, con il ‘tu’ erotico. Riporto una poesia tratta da Zeitgehöft (Dimora del tempo), raccolta pubblicata postuma nel 1976, nella traduzione di G. Bevilacqua (in Paul Celan, Poesie, Meridiani Mondadori, p.1307) per esemplificare il ‘tu’, l’ ‘io in te’, come è evidente di ascendenza ‘ebraica’: “C’ERA / la scheggia di fico sul tuo labbro, // c’era / Gerusalemme intorno a noi, / c’era / aroma di pino bianco /sopra la nave danese, a cui / eravamo grati, // io ero / in te.”
Rimane, credo, ancora a livello di domanda, alla quale ognuno può cercare di rispondere all’altezza di cui è capace.
Certo, ci s’intrattiene con il religioso, il mistico, o, volendo, con l’ambito percettivo conseguente all’approccio alla Fisica contemporanea. Al di là della biografia e dell’opera di Paul Celan.


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