Frammenti
La morte di Emma Bovary (Flaubert), di Anna Karenina (Tolstoj), di Nanà (Zola).
Il primo spasmo atroce allo stomaco provato da Emma dopo il veleno: “perdonami … tu non hai colpa”. Occorreva farlo. Che occhi translucidi, rivolti all’interno. E rivolti a tutto, a tutto. Quanto è durato l’ ‘occorreva farlo’?
La dissimmetria, sulla carrozza, a piedi, dell’ultimo stare di Anna. La dissimmetria di quel suo ultimo tragitto. Andare dove? essere dove (non faccio caso all’uso della parola essere)? La stazione dei treni, un binario. Quanto tempo è stato per lei? e cosa?
Nanà è morta naturalmente, ma pustole, viso che si sfa, il biondo intatto dei capelli.
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Non voglio morfina, lenimenti. Sto. Devo. Rainer M. Rilke nella leucemia. Giorni. L’estremo, l’estremo del possibile nella vita. Nel corpo. Estremo cercato di vivere, vissuto.
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Gli ultimi giorni, le ultime ore, i minuti. E’ un tempo lungo, sembra un’altra vita nella vita. Intensa, diffranta. Stordita, dalla lucidità. Che spazio è quello, quale tempo. I corpi che vedo, che sento passare, le cose, l’aria… Vado avanti?
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Vedo in dissolvenza ciò che ricordo. Un viso che mi guardava a Saragozza, estate, decenni fa. Sta lì, con me. Faccio un film della mia vita, lo so. Macchina in soggettiva, portatile, che trema. Vado avanti?


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