Andrea Zanzotto, Radio della Svizzera italiana

Intervento di Andrea Zanzotto - Radio della Svizzera italiana (aprile 1990)


Un'esile volume di versi pubblicato da una minuscola casa editrice milanese - Schema Poesia - intitolato
Il cielo per sempre sta facendo apprezzare ai cultori più attenti del genere poetico Mario Benedetti, un giovane autore originario di Udine ma residente a Padova, redattore assieme ad altri poeti della nuova generazione della rivista ‘Scarto minimo’.
Del libro ci parla Andrea Zanzotto.


Mario Benedetti è un giovane che sembra singolarmente dotato nei confronti di un tipo di poesia che oggi per certi aspetti è diffuso perché ha una forte componente depressiva, ma che qui si manifesta con una straordinaria inventività dal punto di vista delle immagini e del tessuto, della costruzione poetica, e che d'altra parte propone una specie di soluzione aperta che merita la più ampia considerazione. Un lutto e una nostalgia abitano i versi di Mario Benedetti e li dispongono su una carta che è sorella alla pietra bianca delle lapidi dei cimiteri di paese, la voce strappa e singhiozza e non sa ancora pacificarsi: così dice Marco Lodoli, il noto giovane romanziere che ha fatto la prefazione a questo libricino. Il cielo per sempre , perché? E' effettivamente questa lapidaria maniera di intitolare, di iniziare, di condurre il libro, una specie di sotterranea e candida bestemmia, nel senso che il cielo per sempre non è un augurio ma una condanna. Il cielo appare soltanto come un esilio, qualche cosa di lontano, di povero e di morto. Il poeta sembra invece sognare la terra con tutte le sue attrattive, ma la terra, in realtà, anziché essere attraente è ormai gelatinosa, infausta, piena di ex-giochi della speranza che si sono trasformati in giochi della disperazione. Il sogno celeste di Benedetti , che tuttavia riesce a dare ai suoi cieli pur così cupi una trasparenza cristallina, sembra così l'ultimo grido possibile di una speranza che in questi ultimi tempi è andata sempre più affievolendosi. Non c'è una zona dove la speranza possa realmente accamparsi e la terra è il regno della contraddizione, di una contraddizione assolutamente insanabile. Restare sulla terra, su una terra risanata, sarebbe la vera meraviglia, ma appunto, dice il poeta, la terra è quella in cui ad ogni pie' sospinto ci si incontra con la nebbia, con la febbre, con la neoplasia. Questo non è detto senza qualche cosa di ostinatamente attivo, tuttavia, vorrei dire quasi di ringhioso. Ma, dal punto di vista della forma, possiamo dire che l'intensità dei sentimenti finisce col trovare, alla fine, un certo dolce riposo, un qualche cosa per cui tutti i drammi sembrano concludersi in quella che è ancora una volta l'autorità formale della poesia.

"I fiori tutte le notti aperti, mi guardi
scrutando in giro, o dalla finestra il campo
come il campo di una volta.
Venuti per i prati, per non poterli dire
che erbe e alberi. Potevamo
essere fatti di un ferro, di un muso.
L'orto è solo una cosa che facevamo,
una domanda. Ti guardo perché non ho altro."

Ecco che allora si può notare che al di sotto di un tessuto che sembra limpido c'è un pullulare continuo di immagini, di torsioni sintattiche, di invenzioni improvvise che però non annullano il candore della pagina o quel blu lontano e quasi straziante del cielo, ma entrano in una concordia discors che veramente dà una caratteristica del tutto particolare a questo libro e fa pensare che da Benedetti avremo altre sorprese di alta qualità.

 

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