Georges Perros e la Bretagna



Georges Perros (1923-1978)

Ken avo

Avevo lasciato la Seine-et-Oise di mattina presto,
la mansarda in alto sulla collina
dove si vedono le stelle, i fuochi d’artificio
la mia stufa a petrolio, le pipe
i libri, le mie nubi di polvere, la finestra
da dove potevo guardare la Tour Eiffel
che s’illumina ogni sera
il Pantheon, il Sacro Cuore, questa panna cotta
e altre cose ancora, indicibili
per il momento. I tetti di Parigi.
Andavo una volta ancora verso la Bretagna
che mi ha affascinato da ragazzo
che desidero quando ne sono lontano
che mi fa soffrire quando le sono troppo vicino,
sento la legge inflessibile
delle sue pietre dei cieli degli orizzonti.
In ogni luogo gli uomini si assomigliano,
i luoghi non potranno mai niente
i luoghi ci danno da vivere con parsimonia
per rinnovare la scadenza,
il contratto che ci lega ai nostri fratelli.
Lasciavo i miei amici che senza dubbio amo,
che mi è difficile amare tutti in una volta
quando per caso si conoscono
e ci si ritrova intorno a un tavolo,
lasciavo gli amici di cui ho bisogno
e che mi fanno soffrire come un paese,
come la Bretagna
che ora faticherei a lasciare,
ho così paura di morire altrove.
L’uomo è paese per l’uomo
qualche volta paesaggio,
l’uomo ha bisogno dell’uomo
molto più che della donna
e le donne lo sanno se conoscono il loro uomo.
Lasciavo gli amici, e sul mio mezzo,
una motocicletta
che proprio uno di loro mi aveva pagato
conoscendo il mio vizio, il vento,
la velocità del vento,
le gambe strette contro un ventre di benzina
un po’ come sopra un cavallo immagino
che avesse due ruote, e il rumore sgradevole
per chi non ama il movimento,
sì andavo in Bretagna, il collo della camicia aperto
una vespa si era infilata, ho dovuto fermarmi,
il dolore era forte e preoccupante
e poi gli uomini sono così delicati,
per Trappes, Houdan, Dreux, Verneuil, Laigle,
Le Pin aux Haras, Argentan, vagavo,
non era certo la via diritta,
andavo in Bretagna una volta di più.
(...)

[da Poèmes Bleus, Gallimard, 1962]







 

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