UMANA GLORIA
La mia voce è ferma dove il canto andava,
e io guardo un cavallo e un uomo
che ha tra il volto e la segale i fiordalisi.
Non è seminato, è solo vasto dalle due parti,
e io guardo quello che ho letto
di una terra che adesso è povera.
L'esistere autentico è semplice e feriale, incerto e delicato "come una veglia", ci dice Mario Benedetti in questo libro incantevole e sobrio, che lo impone come figura di limpida autonomia e valore nel panorama della nostra poesia. In Umana gloria il suo sguardo è vigile e calmo, si ferma su una "materia povera", quella delle nostre vite, che osserva nella loro opaca, eppure eroica dignità quotidiana. Benedetti sa esprimere la meraviglia del nostro essere nel tempo, del nostro essere uomini che passano e si disperdono miti, tra "le erbe, i mari, le città". Osserva persone e paesaggi, registra vicende e sentimenti, ma si accorge di allontanarsi poco a poco da se stesso, di essere divenuto suo malgrado "qualcos'altro: distanza dalla vita" e dalle cose, che pure voleva abbracciare. Chi invece ne è più intensamente parte, creature in naturale armonia con il tutto, sono gli esseri più fragili, i bambini e gli umili, che "hanno visto le cose, le fiabe, i miracoli, come un paradiso che non c'è più".
Benedetti ha un tono piano e sommesso, lieve e turbato. Predilige il verso lungo di un dire prosastico, ma scandito con originale sensibilità, fino a scegliere decisamente la prosa poetica in un denso capitolo di situazioni e impressioni vive, d'amore. Frequenta luoghi diversi, dal Friuli dove ha le sue radici al nord francese: Brest, Calais. Ma soprattutto si insinua con verità ed emozione - oltre le superfici e le vane difese dell'umano apparire nel mondo - nelle profondità più inermi, ben consapevole che è "un grande sogno vivere / e vero sempre, doloroso e di gioia".




Comments