Mario Benedetti - official blog
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giuseppe conte: da “l’ultimo aprile bianco”

Aprile che ritorna e che consuma nei
giardini di ginestre e di acanti, nei
voli di passeri invisibili e nei calendari
aprile che sgretola che versa dalle tiepide

foci le nuove nuvole – sulle
sue carte antiche ridisegna
le rotte per le mille chiglie dorate – che
si posa in questa piega della cadente

Europa su scalinate bianche palmizi e acquitrini, che
mescola i ricordi e i desideri, fu detto, e dà
il mal di capo. Ma ora flotte muovo-
no senza aver mai toccato porti, alzano

vele galeoni volanti, non sanno che
bandiera battono sconosciuti traversano
– non hanno più piedi del vento, degli scirocchi – le
piazze, le automobili in sosta, i palazzi in

fila le porte dei caffè aperte i pome-
riggi i volti degli uomini e cupole
grigie: i cani abbaiano dai cancelli.
Abbiamo scavato le montagne, gettato i ponti, che

cosa sarà domani di noi? (…)

stop chattering

Riprendo in mente a memoria alcuni post: le foto di Infanzia; i Frammenti; gli Appunti; il pianto di Kafka morente… Alfred Kubin, attraverso il quale ho parlato anche di me; il breve discorso di Rothko; un mio Video… il pianista Boris Berezovsky e altre cose… poesie di giovanissimi, per esempio. Tutte le foto. Alcune mie poesie.

L’impressione è che, comunque, qualsiasi cosa uno faccia sia ininfluente. A livello mediatico, e se viviamo lì siamo fottuti. Ma io ora sono lì, o meglio, qui.

Anni fa avevo in testa una specie di comunità empatica, tipo i romantici Lake Poets. E davvero cosa, se non questo, in questo tempo, può essere esperienza (almeno tentativo) oltre la solitudine, lo ripeto: la solitudine!? E certamente in semi-clandestinità. Poi ci sono i giochi o giochini, di qualunque natura essi siano, per tirare avanti. Sento così.

Ma ho smesso di pensarci. Abbiamo fatto una rivista di poesia in francese a Brest (in Bretagna). Amici, storie e storielle, tante cose. Ma queste mie ultime parole passano ugualmente attraverso lo spossessamento dell’esperienza: cioè questo mezzo che uso.

E’ come su Myspace. Donne che mostrano, orgogliose e intricate nella carne del neonato, il loro neonato e forse non sanno che ci sono miliardi di figli al mondo e in più che tutto è pura immagine bidimensionale… ripetibile, consumabile.

Mi fa male questo. A chi fa male? A molti, credo. A molti. Dilunghiamoci ancora con questi puntini……………………………………………………………………………………………

Questo riguarda anche la scrittura, la lirica, la poesia lirica, soggettiva, che tutti facciamo (lo si fa per esprimersi
im-mediatamente - ma non dovrebbe essere così -, e MOLTI a volte scioccamente) o si cerca di oltrepassare, di ‘sfondare’.

Non ci pensate. Non fatevi del male. Io non me ne sto più facendo. ?????????????????????????

tiziana cera rosco, da "il compito"




Tu dici – Resta
                    qui –.
Ma dove siamo
quando siamo
                 qui?
La mia Belva è rinchiusa nel giardino del retro
e mentre mi guardi capovolgo la testa.
Ho il collo spezzato dal grugnito sul recinto.
Sono già sulla sua lama viva e senza sella
già sulla colonna del midollo
fino alla sola vertebra d’acciaio
fino alla sola vertebra che conti.

– Resta
         qui – mi dici.
Ma io non sono salva.
Sto accelerando il nome di Dio tra le serpi
e anche questa velocità è inaccessibile.
Nessuno è sul punto di speranza.
Ci sono ancora molte luci da smorzare.
Molte aurore.

before the beginning and after the end






herman melville - trad. cesare pavese

(...)
E' forse [la tinta bianca] ch'essa adormbra con la sua indefinitezza i vuoti e le immensità spietate dell'universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero del nulla, quando contempliamo le profondità bianche della Via Lattea? Oppure avviene che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore quanto l'assenza visibile di colore e nello stesso tempo la fusione di tutti i colori: avviene per questo che c'è una tale vacuità muta e piena di significato in un paesaggio vasto di nevi, un incolore ateismo di tutti i colori, che ci fa rabbrividire? E quando consideriamo quell'altra teoria dei filosofi naturali, che tutte le altre tinte terrene, qualsiasi decorazione maestosa e graziosa, le dolci sfumature occidue dei cieli e dei boschi, e i velluti dorati delle farfalle e le guance di farfalla delle ragazze - quella teoria che tutte queste cose sarebbero soltanto astuti inganni non connaturati in realtà alle sostanze, ma soltanto sovrapposti dall'esterno, cosicché tutta la divina Natura si dipingerebbe soltanto come la prostituta le cui lusinghe non ricoprono altro che l'intimo sepolcro - e quando andiamo ancor oltre e pensiamo che il mistico cosmetico, il gran principio della luce, che produce ciascuno dei suoi colori, rimane in se stesso sempre bianco e incolore e, se operasse sulle cose senza un mezzo, vestirebbe ogni oggetto, persino le rose e i tulipani, con la sua tinta vacua: quando meditiamo tutto questo, l'universo paralizzato ci sta innanzi come un lebbroso; e come quei risoluti viaggiatori della Lapponia che si rifiutano di portare occhiali colorati sugli occhi, così lo sventurato miscredente contempla, tanto da accecarsi, il monumentale sudario bianco che gli ravvolge ogni prospetto intorno.
(...)

Da Moby Dick, cap. XLII

p. l.

arvo pärt: cantus in memory of benjamin britten

ASCOLTA Cantus in memory of Benjamin Britten

dormi


Scite puer, mellite puer, nate unice, dormi,
claude, tenelle, oculos, conde, tenelle, genas.
ipse sopor: non condis, ait, non claudis ocellos?
(...)

Giovanni Pontano,
Naenia quinta

DOVE COMINCIO ANCH'IO


Dove comincio anch’io
è il quaderno numero 15 della collana OTTAVO
a cura di Roberto Dossi e Marco Rota.
Contiene un poemetto inedito di Mario Benedetti
stampato a mano con i torchi dell’Ex Gelateria di via Guinizelli 14
in centocinquanta esemplari numerati.

Milano, febbraio 2008

wim wenders: der himmel über berlin

gilbert dupuis: coin perdu

Gilbert Dupuis: Coin perdu (1999)

Angolo perduto, angolo che potrebbe essere chiamato angolo morto. Ma dove tutto potrebbe
convergere in una prospettiva forzata, fuori campo.

franz kafka: sono io che me ne vado


(...)
Nella notte fra il 9 e 10 Agosto 1917 Kafka accusò una grave emottisi, cioè sputò sangue. Il 4 Settembre gli fu diagnostica la laringite tubercolare, una malattia difficilmente guaribile per quei tempi.
(…)
Dal Settembre 1918 il suo male iniziò ad aggravarsi. Di lì seguirono soggiorni di cura sempre più lunghi a Turnau, Schelesen, Merano, Matliary (Monti Tatra in Slovacchia).
(…)
Nell'estate 1923 durante un soggiorno nella stazione balneare di Müriz (Mar Baltico) conobbe Dora Diamant. I due decisero di convivere e il 24 Settembre si trasferirono a Berlino. L'inverno 1923/24, particolarmente freddo, fu durissimo anche per l'inflazione galoppante, la miseria, la mancanza di carbone.
(…)
A fine Febbraio la malattia subì un repentino aggravamento e il 17 Marzo il suo amico Max Brod lo riaccompagnò a Praga perchè potesse godère di un'assistenza migliore.
(…)
Purtroppo le sue condizioni peggiorarono e venne ricoverato nel sanatorio Wiener-Wald alla periferia di Vienna.
(…)
Lì lavorava Markus Hajek, il più famoso rinolaringoiatra austriaco che fra l'altro aveva operato Freud per un tumore alla mascella.
(…)
Hajek considerava Kafka un caso disperato dato che ormai il paziente non poteva più muovere la bocca.
(…)
Il 19 Aprile su decisione degli amici fu trasferito in un altro sanatorio viennese, l'Hoffman a Kierling. Al suo capezzale c'erano Dora, Max ed il dottor Robert Klopstock. Non potendo più parlare scrisse al giovane amico un biglietto.
(…)
Negli ultimi giorni le iniezioni di morfina non gli facevano più effetto e per di più Kafka non poteva né deglutire né mangiare.
(…)
La sera precedente il giorno della morte, scoppiò in un lungo pianto, dapprima silenzioso e poi convulso.
(…)

alessandra frison: tre poesie

Come ogni altra seria giornata
umida più del sonno dopo i doveri
mancati e le cinghie sempre
più strette sui numeri del calendario
le mani dichiarate ai gesti incerti della casa,
una stoviglia non è
al suo posto,
come Gianluca nel soffitto di Milano
si beve il suo Kierkegaard
un po’ nel suo bicchiere, un po’ con me,
dice che la cenere è finita
e la veglia fino al mattino si farà
insieme di primavera.



***

Spingo su seguiti antichi
il binario della giornata
nella chiusa
cerniera dell’incontro,
era di maggio e quasi
novembre lo chiamava
lacero sui corridoi.
Di infrangerci le ossa il tempo
ha dato il suo esempio
così tanto se mi conto
i minuti che avanzano
appesi alla ringhiera qui
sul Naviglio Grande,
poche facce si sgomentano
e lo allevano nel cuore
il veleno che rimorde
assieme a te divide
il sentiero dei corvi.



***

Sopra la linea ventiquattro
lo sgranarsi di via Larga tra i sedili
cosparsi di ogni voce, non si sa,
sul domani, sul comune,
tanto vale distrarmi e contenta
dei solchi di periferie che vanno
a rastremare terra acqua colline mi domino
in questa carovana di sguardi da accettare se non
amare alla cieca nel ventre
nel rapido affollarsi di mani
nel sogno di noi, muto.
In ogni parola
il silenzio paga la sua musica.

midnight pub

 

The first MetalPub in Milan

midnight sun: nemesis

Ascolta NEMESIS dei MidnightSun [4.5M]

da: umana gloria



Passi lontani, bambini crespi nell’aria forte,
il piccolo gelo delle mani tenute vicine a prendersi. Oh inverno.
Nel freddo, il sigaro di Vanni, l’erba bianca e dura, giocare.
Abbiamo imparato nelle nostre case il modo di mangiare.
I tetti, quei tetti mi dicevano che io ero i miei occhi e non altri.

Nel freddo, adesso, ho un po’ di febbre e qui da solo…

Una volta sono venute le luci prima di dormire e c’era la nonna.
C’era la legna da preparare per il carbone e Ernesta
doveva scendere alla locanda a comprare il toscano.
La jarbe jenfri i claps sul ôr de strade.
L’erba tra i sassi sull’orlo della strada.
La piccola staccionata.
Noi non possiamo scendere più così.

Servirebbe guardare da lontano, pensare che si guarda.

Pieno un pomeriggio di dormiveglia voglio stare.

Stare con le nuvole ferme come una cosa bianca delle montagne.

In una finestra si ricorda il vento tra le foglie.

“Mi dici che non vieni e così penso
se anche verrai non ti dirò niente
ma se non parlerò tu capirai
che non ti voglio”.

Era una che diventava una. Oh inverno.

antónio gedeão: una poesia

ADDIO, LISBONA


Me ne vado dall’Altro Lato
in un traghetto di servizio.
Fa finta di muoversi, ma non si muove;
sembra un giocattolo.
Si piazza l’uomo al timone.
Tutto ondeggia, cigola e trema.
Sbuffa il vapore nella caldaia.
Un bambino lancia un gridolino;
si è spaventato per il fischio
del traghetto di servizio.

Tutto tronfio, traballa
come un pupazzo di corda.
Non so se va, o se resta.
Si vede solo che traballa
e oscilla da una sponda all’altra.
Lamiere di sole, corrusche
come lame di spada,
fendono il rollio delle acque
e fiammeggianti spruzzano
lustrini di madreperla.
Sotto quella pioggerellina dorata,
la barchetta tenera e molle
si allontana, pigra,
sulle orme del sole.

Ad ogni giro di pale
macina le acque che ha intorno,
nei mulinelli che crea,
negli schizzi che mi porta
e mi tempestano di goccioline,
ci sono scintille rutilanti,
schegge di marcassite,
politure di pirite,
clivaggi di diamanti.

In un’ipnosi collettiva,
come un fregio di ammaliati,
gli occhi perduti in lontananza
in un’attesa di trance,
tutti insieme, sulla murata,
in una sonnolenza d’oppio,
vediamo, nel pomeriggio stordito,
Lisbona televisionata
su un panoramico cinemascope.
Il sole e l’acqua cospirano
in un'intrigante bellezza,
inondano l’aria d’indolenza,
di effluvi sfuggiti
da una diga stregata.
Fulva, nel cielo infuocato,
composta come chi sta in posa,
la città è colorato
scenario di apoteosi.

Ci sono fazzoletti agitati
negli occhi di tutti noi,
desiderio di innamorati,
la voce spezzata.
In questa kermesse dell’aria,
in questa festa di suoni,
chi ha il coraggio di credere
che gli uomini non sono buoni?

Addio, Addio, marittima
città di calafati,
rubra di acqua marina
pietra di molti carati.
Issa le vele, marinaio,
la rotta è verso Calcutta.
Oh che venticello basso!
Che mare piatto e nudo!
Oh, della gabbia! Stai allerta!
Attenzione ai banchi di sabbia.
Eccomi, alla scoperta
delle Indie Orientali.

Non ho paura di nulla,
né temo alcunché.
La vita è leggera e ricamata,
come questa resta di schiuma.
Tutti sono seri e buoni!
Non esistono uomini malvagi!
Addio, Tago! Addio, Lisbona!
Addio, Ribeira das Naus!
Addio! Addio!Addio! Addio!

Traduzione di Clelia Bettini

monteprato






appunti

Ho visto sulle homepage di myspace molte poesie. Ne ho viste molte nei blog, e in piccoli “file” sconosciuti.

Mi sono a suo tempo imbattuto, come è successo a tanti, in un verso famoso: “Ci sono ancora canti da cantare al di là degli uomini”. Quindi non per me. Non per voi. Cosa cavolo ha scritto Paul Celan in questo verso?

Oltre a ‘esprimere’ se stessi (1), c’è dell’altro?

L’ultimo mio “post” è leggibile come una sorta di trapasso (il testo scritto non è il testo letto) dalla ricognizione dell’umano, secondo le mie forze, a questa dimensione (2) che ricordo e ricordiamo passare da Hölderlin in Paul Celan (R.M. Rilke, T.S. Eliot, Yves Bonnefoy, ecc.).

Hölderlin, la Torre-dimora sul fiume Neckar. Vista, toccata. E una passerella, le barche su questo piccolo fiume. Tübingen , la cittadina tedesca.

Ritorno all’oblio dell’ “io” (di cui ho scritto sull’Almanacco dello Specchio 2007 (3), Mondadori, ecc.). Credo abbia una portata non indifferente per la poesia lirica. Ossia? Cioè?

L‘oblio dell’ “io”, nel mio nuovo libro che uscirà a settembre, è certamente diverso da quanto si può capire da ciò che ho scritto lì, presentando quei giovani autori.

Dunque, riassumendo, tre modalità a cui pensare. Ma l’oscurità viene di nuovo a farmi visita. E rimane.



***

F. HÖLDERLIN


Quando l’uomo vive al di fuori di sé
e ciò che ne rimane gli fa segno,
allora è come se un giorno si staccasse dai giorni
perché l’uomo si mostri a questo resto
separato e rigettato dalla natura.

Come è solo nell’altra grande vita
dove intorno verdeggia la primavera
e perdura un’estate amica
fino a quando l’anno sprofonda veloce dentro l’autunno
e in un volo incessante le nubi intorno a noi.

(28 luglio 1842)



P. CELAN


IL CUORE SELVATICO, reso domestico,
dal colpo mezzo cieco,

nel polmone,

grumi di respiro che gorgogliano,

lentamente, lambita di sangue,
prende forma
la rara promessa
del lato destro,
parallela-
vita.

(1970)

переход ("transizione")

[Per ascoltare la lettura dal vivo, cliccare sul testo...]

Dove comincio anch’io
è il quaderno numero 15
della collana OTTAVO
a cura di Roberto Dossi e Marco Rota
Contiene un poemetto inedito
di Mario Benedetti
Stampato a mano con i torchi
dell’Ex Gelateria di via Guinizelli 14
in centocinquanta esemplari numerati


Milano, febbraio 2008


 Com’è vuoto qui, come ti chiami? L’intonaco venuto giù a pezzi sulla panca del corridoio, le tende qui e là. Non importa come. A metà nell’ombra, alluso dalla forma in cui percepirti, dalle frasi in cui puoi parlare. E io soltanto gli occhi verso una stanza, nel modo che si ripete verso stanze di altre città, dove le strade salgono e dove le strade scendono, dove il mare è a diciotto chilometri. Ero sulla panca, tra gli alberi, dietro la Villa. Sono Marina, mi riferivo a Marina, a uomini, a panche di pietra, a te. Lo guardava, gli occhi erano per qualcosa, le dita sull’asse della panca, la schiena contro la parete. Oscillava il capo ma il viso conservava la sua posizione di viso, il vento che vuole dire tanti altri corpi soltanto. C’era un viso chiuso raccolto nella pelle, che si rivolgeva all’interno. Si cercava dove nessuno tocca. Era possibile incontrarlo col bisbiglio, era possibile con gli occhi appena aperti, avvicinarlo col tu. Marco, sono qui? dove sono, Marco? per te dove sono, sono qui?...

Da Dove comincio anch’io

***

LEGGI un recente breve saggio sull'ultima poesia italiana e su Umana gloria apparso sulla rivista statunitense di Chicago  Poetry

Sparizione



Esiste una segreta convergenza tra alcune grandi anime del Novecento quali Fuocault, Deleuze,
Debord e Mishima, che può essere illuminata a partire dalla nozione di 'estetica della sparizione'.

annalisa trentadue: due poesie

Nel silenzio

Lo squillo è così forte,
assordante,
tutto intorno a me
sparisce.

Lento il tuo respiro, lieve il tuo sorriso,
calmo il tuo dolore.

Il silenzio.

Pallida come la neve, sì,
sei così stanca,
le tue palpebre tutta la notte
non hanno riposato,
la tua mano tutta la notte mi ha cercata,
le tue lacrime tutta la notte hanno accarezzato il cuscino.

- Pronto?!
…ho paura.

Mi sei davanti,
ma non ti vedo,
ti cerco, urlo,
mi senti? lo sento,
ti ho davanti,
ma non ti vedo.

Rifletti nelle lacrime, mie,
improvvisamente dei volti,
un silenzio, un bisbiglio lontano,
spoglie pareti bianche,
lo stridio di un letto, freddo.

Oggi come ieri
imprigionata
in quell’indimenticabile squillo.

(29/ottobre/1997
29/ottobre/2007)




***

Oltre il tempo

Il tuo sguardo va oltre,
oltre le ringhiere, oltre un cancello mai aperto.

Fuori un cortile ghiaioso, polveroso
di gesso rosso, sgretolato.

Graffia, solcando un terreno così arido
e brucia, ardendo rami, terra, volti.

thomas bernhard, in hora mortis

La Tua voce sarà la mia voce
nell’amarezza
la Tua voce che sparge il morire
in rigidi solchi
che mi distrugge
Signore la mia preghiera crea dalla notte e dal timore
il sole
la luna
la Tua voce è la mia voce
Signore sono in te
schiacciato nel mio tormento
che mi infiamma gli occhi
perché bruci il mio Dio nel fuoco
della Tua ira
che spinge il suo aculeo
nel mio cervello di sangue.



***

Signore lasciami dimenticare
la mia anima
e il tormento degli occhi
e il pugnale di stanche labbra
e il fuoco verde di lontane capanne
la bocca di ogni stagno
dimenticare
Signore
mio Dio
il giorno
che mi ha squarciato il grido
che gridai
e il corteo dei molti uccelli
è in pezzi la mia ira
e libero il mio sangue
in fiumi.

Da Thomas Bernhard, In hora mortis, SE 2002

nimis

guido morselli e dante virgili

Il protagonista di Dissipatio H.G., romanzo di Guido Morselli, è uomo lucidissimo ironico ipocondriaco e soprattutto “fobantropo” attirato da un feroce solipsismo. Decide di annegarsi in uno strano laghetto in fondo ad una caverna, in montagna. Ma questo non accade, perché all’ultimo momento cambia idea: secondo il suo pensiero, se si fosse ucciso, il genere umano sarebbe scomparso. Comincia allora un’appassionante monologo, sullo sfondo di una solitudine assoluta e di un silenzio rotto soltanto da qualche voce di animale o da qualche ronzio di macchine che continuano a funzionare. Il mondo è ora popolato soltanto da “ oggetti vicini e irraggiungibili, noti e irriconoscibili, sfigurati”.


Nel romanzo La distruzione, Dante Virgili ci presenta la storia di un quarantenne ex interprete delle SS in Italia, e ora correttore di bozze presso un giornale governativo, al quale la caduta del folle sogno di grandezza hitleriano, che egli aveva assunto totalmente, ha ingigantito ancora di più il cancro distruttivo che lo possiede, complici un fisico sgradito alle donne e una società che rischia continuamente di ripetere i propri errori. Il suo sogno delirante è dunque ormai uno solo: la distruzione totale dell'uomo. L'originalità, l'intelligenza, il fascino sinistro che il libro emana, stanno nell'aver saputo riprodurre questa cellula degenerata dal di dentro fino al punto da darci il brivido allarmante delle ragioni che sembrano giustificarla, quella parte di ambigue ragioni che anche queste formazioni neoplastiche finiscono per mostrare, e le cui spore si ha l'impressione che più o meno coscientemente si annidino dappertutto.


Dalle introduzioni ai due romanzi.
 

frammenti

(…)
 
La bellezza delle lacrime. La trasparenza.
Tutto è vicino e lontano.
Io a frammenti di te, di noi.

Progetto di vita in cui non saremo,
non siamo, non fummo.
“Sai” non è un “tu”, eppure è da lì.

Bocca sul catino. Non ho madre.
Padre, di me stesso padre.
Sul cielo stellato.

Che cos’è questa poesia? L’ho scritta suggestionato da Bataille, rimontando parti: Il supplizio, secondo capitolo del libro L’esperienza interiore. Si capisce? Il mio testo, intendo. Riporta frasi di Bataille. Sofferenza, angoscia, disgusto mantenuti. La ”trasparenza” produce “frammenti”. L’“eppure è da lì” è il dato concreto esperienziale. Padre di me stesso, senza padre. Dio di me stesso, senza Dio. Con l’innalzamento ‘dissolvente’ del tempo e del non-tu, e l’immagine del catino-vomito come cielo stellato. Cielo comunque. L’espressione. Eppure l’espressione in sé (Bataille), qui la poesia, è in fondo una forma di dépense (dispendio, consumo). Ma se resto muto, è come se non ci fossi. Dunque comunico, devo. Piccola progettualità discorsiva.




I


Lo sai che ci siamo incontrati. Non fare finta. Non fare finte. E allora? Sei un corpo che si dà, si dice così. Lo dicono. Senza amore. Una vecchia storia? No. Corpo cinico, crudele. Ma vulcano in sommovimento interno, con amore. E’ tutto.

Chi parla?

Sono in diversi a ballare nella gabbia. Uno ricorda sé. Un altro, sé. In tre o quattro. Ho guardato in foto la Tangenziale che ti porta al mare. In costume, foto che mi volevi inviare e non lo farai. E’ tutto.

Frasi nella vita.




II


Sto con una donna distante nello spazio ma non nel tempo che mi ama. Io no. In questa mia vita esposta, in estensione, diffranta. E’ tutto.

Chi parla?

Nessuno è geloso. Ho il cellulare che suona spesso, se voglio. C’è un locale, a portata, di buona birra, ora deserto. E’ tutto.

Frasi nella vita.




III


Il deserto.




IV


Abbiamo giocato a calcetto. Un giorno inoltrato insieme. Due, tre. Hai 33 anni, hai 29 anni, hai un po’ di te che vive. E tu hai gli occhi azzurri. Affascinante. E’ arrivata con un giovane bruno che vorrebbe ritornare con la moglie. E’ tutto.

Chi parla?

“Du, du hast, du hast mich. Du, du hast, du hast mich”. Cantano alla radio che tengo accesa. Ballano il tango martedì e venerdì alle 9. Mangio lì, vieni? Bacio. E’ tutto.

Frasi nella vita.




V


Sei arrivata per andartene. Non fare così. Resta. O non venire. Ma non è possibile, non è possibile! Lo sai. E ancora me lo chiedi? E’ tutto.

Chi parla?

Frasi nella vita.




VI


Addio Guillaume Apollinaire, versi di Cortège.

“Gente passava e vi cercavo il mio corpo.
Tutti quelli che sopraggiungevano e non erano me stesso
portavano a uno a uno (forse a due a due, coppia amante) i
       pezzi (gli arti) di me stesso.
Mi costruivano a poco a poco come s’innalza una torre.
Popoli si accatastavano e io apparivo
formato da tutti i corpi e le cose umane.”

Addio torre innalzata. Popoli. Ho le pastiglie per la notte. Guardo i comignoli mentre altri guardano altro. Vado a letto tra poco. E’ tutto.

(…)

kassel: dokumenta



Video che ho realizzato nel 1994. Riprese e montaggio miei dalla manifestazione di arte contemporanea "Dokumenta", che si tiene a Kassel (Germania).

azzurra d'agostino: una poesia


Celle


Dalle vedute di rade foglie e scalcinati muri
muraglie dove dietro ci si siede e si sospira:
è da qui che tutto è più chiaro.

Quando ad esempio si parla
di madri e passato, e si pensa
a cosa non c´è ma che pure c´è stato
gli occhi si muovono in modo diverso.

Il resto è tutto venuto dopo quando
abbiamo cominciato a vedere quello
quello che mai avremmo voluto sapere.

Le volpi, di notte, se ci badi le senti, da quel lato
e con loro anche si sente l´odore di aperto, di prato.


(inedto)

berezovsky plays liszt

giuseppe conte: una poesia

Entrano nella morte con i capelli
raccolti dietro la nuca, in un sorriso
prosciugato, abbandonati
su un fianco, inclini a scendere
senza ricordi, hanno mani
estranee, cadute; in molti reggono
lo specchio dentro la destra.

Entrano dove non si muore più. Traversano
buio e profondità. Riaffiorano
sugli orli di un mare smosso da delfini
volanti, da draghi, da quadrighe
di grifoni.

Non fu un uomo questo che vedi sgretolato
in foglie, cortecce, calcinacci, intorno
a un teschio. Fu gioia senza nome, leggera,
di pietre, di ali, di sole.

marcinelle 1956


L'8 agosto 1956, un incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier, a Marcinelle in Belgio, causò la morte di 262 ...

l'umano per sé è stato



Lascaux - Paleolitico Superiore

serbia


pasolini ed ezra pound

addio, sole!

Secondo uno studio di ricercatori dell'univesità del Sussex fra 7 miliardi di anni il sole sarà senza energia.
La terra dovrebbe sopravvivere
Addio sole, ecco come morirà,
diventerà una piccola stella.

di LUIGI BIGNAMI


Sarà una lotta per la sopravvivenza. Il Sole diventerà un mostro centinaia di volte più grande di oggi e la Terra cercherà di sfuggirgli lasciando la sua orbita per spostarsi verso l'esterno del sistema solare. Poi l'atto finale: se il nostro pianeta riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi, allora potrà sopravvivere quasi in eterno. Altrimenti verrà fagocitata nell'ultimo sussulto del Sole.

Questa è la storia della fine dei tempi, almeno per quel che riguarda il nostro sistema solare, come è stata ricostruita con dettagli mai ottenuti finora dai ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) e pubblicata su Astrophysics. La ricostruzione è stata realizzata studiando nei particolari come si sono evolute sei stelle a noi vicine e che assomigliano in tutto e per tutto al nostro Sole.

Nessuna paura, tuttavia, per questi drammatica ricostruzione: ciò di cui stiamo parlando avverrà tra 6-7 miliardi di anni, quando l'umanità, molto probabilmente, avrà già lasciato il nostro pianeta per raggiungere mondi più ospitali. Il nostro Sole è una stella che ha una vita di circa 13 miliardi di anni e poiché circa 5 sono già trascorsi dalla sua nascita, la sua agonia inizierà tra 5 miliardi di anni. A quel punto inizierà a "morire" perché nel nucleo non vi sarà più idrogeno, la cui fusione oggi produce energia.

La stella inizierà allora a bruciare l'idrogeno che si trova negli strati più esterni; per questo motivo il Sole si espanderà fino ad assumere un diametro 250 volte superiore a quello di oggi. Ma la Terra ce la farà a fuggire dal mostro in crescita. Spiega Robert Smith, che ha guidato la ricerca: "Durante la fase di agonia il Sole perderà parte della sua massa e di conseguenza la forza d'attrazione diminuirà. In tal modo la Terra tenderà ad allontanarsi dalla sua orbita attuale".

Tuttavia la parte più esterna dell'atmosfera del Sole, che sarà estremamente tenue e quasi impercettibile, raggiungerà comunque la Terra rendendo la vita impossibile. I mari evaporeranno riempiendo l'atmosfera di vapore acqueo, un potente gas serra, che porterà la temperatura a livelli impossibili per la vita dell'uomo, se mai esisterà ancora.

Il Sole, poi, si ridimensionerà finché la pressione dei gas non innescherà le reazioni nucleari che trasformeranno l'elio in carbonio e ossigeno. Quando anche l'elio sarà terminato si avrà una nuova espansione della stella che potrebbe raggiungere la Terra nella sua nuova orbita e vaporizzarla. Nessuna possibilità di scampo? "No, una esiste - spiega Smith - Se la Terra dovesse ricevere dagli asteroidi una piccola correzione della sua orbita, ad esempio una volta ogni 6.000 anni, essa potrebbe allontanarsi così tanto dal Sole da sopravvivere anche all'ultimo sussulto".

Terminata questa fase il Sole si ritrarrà di nuovo fino a diventare una piccola stella chiamata "nana bianca". Non emetterà più energia e i pianeti diverranno giganteschi massi e bolle di gas del tutto inerti che forse continueranno a ruotare attorno alla loro stella ormai morta o forse si allontaneranno per sempre per perdersi nella galassia.

Ovviamente se l'umanità non avrà provveduto per tempo a lasciare il sistema solare di essa non vi sarà più alcuna traccia. Eventuali alieni potrebbero trovare indizi della nostra esistenza solo se intercetteranno le sonde che avremo lanciato per studiare il sistema solare da più lontano.

kassel - antwerpt



Video che ho realizzato in questi giorni , con vecchio materiale: riprese riguardanti Dokumenta di Kasssel (Germania) e la città di Anversa (Belgio).

luca sossella editore - nuova collana

http://www.lucasossellaeditore.it/viaggi.html

http://www.lucasossellaeditore.it
 
Viaggi presentimentali (Dal lat. viaticus ‘via, cammino’ e praesentire, comp. di prae- ‘pre-’ e sentire ‘sentire, intendere’) – Vale come avvertimento mobile e volatile che precede la considerazione degli indizi del futuro che si palesano provocando inquietudine e apprensione: viaggiando presentivo che avrei dovuto cercare qualche informazione qui.

Le opere presentate in questa collana saranno composte appositamente per i sottoscrittori, durante il periodo stesso in cui si articolerà il loro patto con l’autore. A partire dalla pubblicazione del primo fascicolo, i trecento grandi lettori e committenti dell’opera potranno contattare ogni domenica, per commenti, suggerimenti e questioni relative allo stato del lavoro, il loro autore (o sotto-sottoscrittore) attraverso questo sito. Alla fine di ogni fascicolo, l’editore, dopo l’elenco dei sottoscrittori, pubblicherà il resoconto dei costi e dei ricavi dell’intera operazione.

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"Di tutti gli svariati modi di cominciare un libro attualmente in uso nel mondo conosciuto, confido che il mio sia di gran lunga il migliore, e senz’altro quello piú religioso, dal momento che comincio con lo scrivere un periodo, e poi mi affido a Dio Onnipotente per il successivo."
Laurence Sterne

Il romanzo Dai cancelli d'acciaio, che Gabriele Frasca scriverà “in diretta” solo per quanti sottoscriveranno l'opera, potrà essere acquistato ogni quattro mesi a partire dal febbraio 2008 in cinque volumi o, con la voce dell'autore, in mp3.
Il singolo fascicolo o il file mp3 da scaricare costerà 10,00 euro.
Chi volesse entrambi i formati, potrà acquistarli per 15,00 euro.
L’abbonamento ai cinque volumi o file mp3 costerà 40,00 euro (o 60,00 euro nel caso si acquistino entrambi i formati) e comprenderà il raccoglitore disegnato e illustrato da un artista.

Che cosa succede la notte fra il venerdí e il sabato nella megadiscoteca Il Cielo della Luna, sorta in un niente, come un bubbone o un fungo, a Santa Mira? E che cosa ci fa lí, appeso come un quarto di bue in un alveare di schermi rilucenti, il segretario privato del cardinale Bruno? C’entra qualcosa il cosiddetto Protovangelo di Giovanni? O è invece la prospettiva di partecipare da protagonisti ai dvd commercializzati dalla Defective Vows Disc a indurre ogni volta centoquarantasette persone a dissipare i propri soldi, e non solo, nei sotterranei del locale? E perché si contendono una cintura piena di esplosivo i rispettabili professionisti che affollano mascherati le riunioni dei Figli dell’Evento? Per saperne di piú, basterà dare un’occhiata da vicino, il prossimo venerdí, alla misteriosa struttura gestita da Moira Mori. Ma non vi converrà entrare, se non si sa come uscirne. Restate, badando di evitare le ronde dei buttadentro, al di qua della recinzione, a scrutare per quanto è possibile Dai cancelli d’acciaio.

My videoart

SE PER CASO LA NOTTE SPETTRI




Video risalente al 2005: Slovenia dall'automobile, con musica da Miles Davis, e montaggio di una lettura a voce femminile da una poesia di Sergej Esenin, in buio e segretel.

maurice blanchot: thomas l'obscur + video about exorcism

da Thomas l'obscur, Gallimard 1950

(...)
Suo malgrado, l’impressione era così netta e penosa che gli era quasi impossibile non cedervi. Persino se ne avesse contestato la verità, avrebbe avuto il più gran danno a non credere a qualcosa di estremo e violento, perché con ogni evidenza un corpo estraneo si era alloggiato nella sua pupilla e si sforzava di spingersi più lontano. Era insolito, assolutamente fastidioso, tanto più noioso in quanto non si trattava di un oggetto insignificante ma di alberi interi, di tutto il bosco ancora fremente e pieno di vita. Avvertì ciò come una debolezza che lo screditava. Non fece nemmeno più attenzione ai dettagli degli eventi. Forse un uomo si introdusse là attraverso lo stesso varco, non avrebbe potuto affermarlo né negarlo. Gli sembrò che le onde invadessero lo spazio d’abisso che era diventato. Tutto ciò lo preoccupava solo minimamente. Non nutriva interesse che per le sue mani, impegnate a riconoscere gli esseri mischiati a lui dei quali discerneva parzialmente l’aspetto: un cane rappresentato da un orecchio, un uccello che sostituiva l’albero sul quale cantava. Grazie a questi esseri abbandonati ad azioni che sfuggivano a qualsiasi interpretazione, sorsero edifici, città intere, città reali fatte di vuoto e di migliaia di pietre ammucchiate, creature che rotolavano nel sangue e talvolta laceravano le arterie, che rappresentavano il ruolo di quelle che una volta Thomas chiamava idee e passioni. La paura così si impadronì di lui che non si distingueva in niente dal proprio cadavere. Il desiderio era questo stesso cadavere che apriva gli occhi e, sapendosi morto, risaliva maldestramente fin nella bocca come un animale inghiottito vivo. I sentimenti lo abitarono, poi lo divorarono. Era stretto, in ogni parte della sua carne, da mille mani che non erano che la sua mano. Un’angoscia mortale batteva contro il suo cuore. Sapeva che intorno al suo corpo il suo pensiero, confuso con la notte, vegliava. Sapeva, terribile certezza, che anch’esso cercava una via d’accesso per entrare in lui. Contro le sue labbra, nella sua bocca, si sforzava in un’unione mostruosa. Sotto le palpebre creava uno sguardo necessario. E allo stesso tempo distruggeva furiosamente quel viso che abbracciava. Scomparvero le città prodigiose, in rovina. Le pietre furono rigettate al di là, trapiantati gli alberi, le mani e i cadaveri portati via. Solo il corpo di Thomas continuò a restare, privo di sensi. E il pensiero, rientrato in lui, scambiò contatti con il vuoto.
(...)

Traduzione di Laura Sergio




 

deleuze su de sade e masoch


(...)

Ritroviamo Sade e Masoch. Sade e Masoch rappresentano le due grandi imprese di una contestazione, di un rovesciamento radicale della legge.
Continuiamo a chiamare ironia il movimento che consiste nel superare la legge verso un più alto principio, per riconoscere alla legge soltanto un potere secondo. Ma cosa accade precisamente quando il principio superiore non esiste più, non può più essere un Bene capace di fondare la legge e di giustificare il potere che essa gli ha delegato? Sade ce lo dice.

(...)

Ma, anche e soprattutto, soltanto la legge origina il tiranno, e, come dice Chigi in Juliette: "I tiranni non nascono mai nell'anarchia, li vedrete sorgere solo all'ombra delle leggi, o da esse autorizzati". Questo è l'essenziale del pensiero di Sade: il suo odio del tiranno, il modo in cui mostra che la legge rende possibile il tiranno. Il tiranno parla il linguaggio della legge, non ha altro linguaggio. Ha bisogno dell'"ombra delle leggi"; e gli eroi di Sade si trovano investiti di una strana antitirannia, parlando come nessun tiranno potrebbe parlare, come nessun tiranno ha mai parlato, istituendo un contro-linguaggio.

(...)

Viceversa, sarebbe insufficiente presentare l'eroe masochista come sottomesso alle leggi e lieto di esserlo. Si è altrove segnalata tutta la derisione insita nella sottomissione masochista, e la provocazione, la potenza critica, insita in questa apparente docilità. Semplicemente il masochista attacca la legge da un lato diverso. Chiamiamo umorismo non più il movimento che sale dalla legge verso un più alto principio, ma il movimento che discende dalla legge verso le sue conseguenze. Tutti conosciamo i modi di raggirare la legge per eccesso di zelo: è mediante la sua scrupolosa applicazione che si tende a mostrarne l'assurdità, e a suscitare precisamente quel disordine che si presumeva dovesse impedire o scongiurare. Si prende la legge in parola, alla lettera; non si contesta il suo carattere ultimo o primo; si fa come se, in virtù di questo carattere, la legge riservasse a sé i piaceri che ci vieta.

(...)

L'umorismo masochista è il seguente: la stessa legge che mi impedisce di realizzare un desiderio sotto pena di una conseguente punizione è ora una legge che pone la punizione all'inizio e mi ordina di conseguenza di soddisfare il. desiderio.  Tutt'al più il masochista trova nella punizione o nel dolore un piacere preliminare; ma il suo vero piacere lo scopre dopo, in quello che l'applicazione della punizione rende possibile. Il masochista deve subire la punizione prima di provare il piacere. Sarebbe dannoso confondere questa successione temporale con una causalità logica: la sofferenza non è causa di piacere, ma condizione preliminare indispensabile alla venuta del piacere. "L'inversione nel tempo indica un'inversione di contenuto.
Il Tu non devi fare questo è stato trasformato nel Tu devi fare questo.

cfr.Gilles Deleuze, Il freddo e il crudele, SE 1996



***

Secondo Deleuze le donne di Masoch incarnano tre modelli femminili tipici e ricorrenti. (Al di là dei caratteri esterni: statura, colore dei capelli, abbigliamento, gioielli, portamento.)
1) Il primo tipo è la donna pagana, la greca, l'etera o Afrodite, che è principio di disordine, affermazione dell'istante, del godimento sensuale fine a se stesso. In qualità di paradosso morale, questo modello femminile finisce per denunciare l'ipocrisia dei costumi sociali. Si tratta di una donna libera ed emancipata nei propri consapevoli desideri sensuali/sessuali, è la Donna Divorziata di Masoch.
2) A questa figura solare di etera si oppone la sadica, la donna cattiva, non solo crudele, spesso dominata da un uomo. La Wanda di Venere in pelliccia interpreta entrambi i ruoli: all'inizio è l'etera e poi, quando già l'equilibrio del rapporto masochista è compromesso, diviene la sadica. Esiste infatti in potenza sempre un movimento di oscillazione tra le due figure.
3) Tra questi due poli opposti si colloca la donna glaciale ed è qui che troviamo, secondo Deleuze, il vero modello di perfezione cercato dal masochista. E' la donna che emana una sensualità sovrasensuale, la donna fredda e glaciale, crudele, ma non contaminata dalla propria crudeltà, la donna ordinata e autoritaria, a rappresentare la vera icona masochista degna di adorazione. Questa donna è principio d'ordine nel caos, raggela e purifica i tratti delle due figure femminili precedenti.

di Agnese Grieco

il tempo fermato

 

"Era lì, disteso sul lettino, coperto da un lenzuolo bianco, come si vede nei film."


"Indossava ancora gli occhiali e, non so perché, mi ritrovai a pensare che con gli occhiali non mi era mai piaciuto."


"Non lo vedrò più, non sorriderà più e…"



Dal romanzo inedito All'ombra della quercia di Samanta X

maggio 1976



Nimis
, Monteprato, Forame, Tarcento, Tricesimo, Gemona, Osoppo, Venzone ...

d. la rochelle - c. pavese (appunti)

Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, 1931.

Avevo della delicatezza nel cuore ma non nelle mani. - Dice Alain, p139 (nelle mani NIENTE)
Mondo, uomini e donne, di bruti (denaro, menzogna…) Se mi uccido è perché come bruto sono fallito. - Dice Alain, p136
E’ il contrario di lei. E’ una forza della natura. - Dice Solange di Brancion ad Alain, p149
Io non sono una forza della natura, - dice Alain, ibidem
Lei ha cuore… - gli risponde Solange, ibidem



Delicatezza/cuore impossibile in un mondo brutale fatto di corpi. Delicatezza (che ricorda l’Idealismo, e la crisi del Trascendentale, una “superiorità” di sé (dialogo di Alain con Milou) che si è orizzontalizzata, ossia non c’è più). Il brutale è l’emersione del mondo dei corpi che avviene perché non vi è più gerarchia, psicologica delle facoltà mentali, alcuna. Forze brute dei corpi, della NATURA ( quanto Pavese la interroga, e la interrogherà - mondo animalesco, donne come “capre” nel romanzo Il carcere - e ne soccombe, e ne soccomberà). Tutto ovviamente in un non-senso, sofferto e basta, estraniante, alienante l’antico IO che diventa il nuovo io sbigottito, incredulo, tramortito ( ALAIN è DROGATO: EROINA).

Tutto questo in Pavese ben di più. Dal 1935 al 1950. Dall’anno d’inizio del Mestiere di vivere alla Luna e i falò e al suicidio. Il carcere è scritto nel ’38-’39 ma riprende il racconto Terra d’esilio del 1936 ( è vicino al 1931 del romanzo di Drieu).
L’insopprimibilità del corpo, “corpo vivo, quotidiano” scrive Pavese. Ma se non è possibile trascenderlo in alcun modo (a causa della sconnessione della piramide delle facoltà, "la lacerazione del vertice" è, a memoria, una espressione di G. Bataillle) si è in una vera ‘gettatezza’ non proveniente da una teoresi (uso il termine heideggeriano  A PRESCINDERE), in un atteggiamento allucinato, tramortito: corpo in mezzo a corpi, pulsioni in mezzo a pulsioni, gelosia, morbosità, voyeurismo, tutto ciò che ha a che vedere con l’eros SENZA PERO' POTERE PORTARLO ALTROVE, IN UN POSTO CHE GLI SPETTI, senza poter collocarlo, e che diventa ossessione autodistruttiva per l’io che non si accetta in un mondo così franto orizzontalmente. ecc. ecc. ecc.



Oggi in epoca che azzardo chiamare, per mio conto, post-esistenzialista i corpi sono parestesizzati, 'sono' senza corpo. Orizzontalità 'inconsapevole'.
Porno senza eros. Sex-appeal dell'inorganico (Baudrillard). La voyance, secondo un’indagine ‘ufficiale’ sul contemporaneo.

Ma anche, e un po' diversamente, orizzontalità facile alla saturazione. Una disposizione del tempo in atti orizzontali: 1 - tutto di sé, il darsi (atti dettati dall’emotività, sesso, bisogni-desideri, ‘divertimenti da interesse’ o comunque coinvolgenti, e tutti i modi di 'provare' l'estremo); 2 - ritagli di solitudine (tempi di vuoto, assenza); 3 - ritagli di ‘nicchie’ comunicazionali a tu x tu, concavità che tendono a scivolare nell’orizzontale, nel bidimensionale anche se questo ha ‘spessore’.
In questo tentativo di esplorazione, l’immagine dell’Io Yo-Yo (il gioco dove la biglia-Io oscilla verticalmente legata a una corda elastica ‘CORTA’) può servire x altri versi a capire. In ultimo, l’attività lavorativa è parestesia? Ma la parestesia formicola un po’ in tutti gli atti elencati.

tommaso di dio: una poesia

 
  
          Ora tutti dormono in questa casa; sono tutti silenziosi.
                        Nei loro letti hanno sogni precisi,
             ognuno nella forma della propria faccia. Un giorno
             si sveglieranno aprendo i loro petti alla luce nuova
                 e chiederanno da mangiare, avranno fame
             di sapere come è successo. Si sono ritrovati tutti
        vicini, hanno scambiato tutti i respiri nella stessa stanza,
                  ora parlano una lingua comune: ognuno
               saprà chiedere all’altro cosa ha visto, di cosa
              avrà bisogno per raccontare; per non avere più
                    paura di dimenticare ciò che nei sogni
                                   è stato uguale.

guardami



guardami

 
Il volto macerato nella carne.

(…)

Rabbrividisce l’occhio,

indistricato a districarsi.

(...)

Inutilmente, nei barbagli,

inutilmente.

peter weiss

(…)
Il Purgatorio, poi, è la terra del dubbio e dell’errore, dei tentativi falliti, la terra dell’irresolutezza e dell’eterno conflitto, ma almeno lì c’è movimento, c’è l’idea che la situazione possa cambiare, anche se pare impossibile squarciare la membrana che serra ogni nostra emozione. Qui nel Purgatorio, se ci penso, sento la musica degli ultimi balli, e vedo gli spettacoli sempre mutevoli del grande mercato, spazzato dagli slogan e dal respiro infuocato della concorrenza. Allegramente chiassosa bisognerebbe mostrare la produzione, dove tutto si può avere in serie, e tutto in serie ridiventa spazzatura, con ghigni rabbiosi infurierebbe la lotta, attizzata da oscene corifee di plastica luccicante e da robot elettronicamente comandati, e qui, in una quotidianità dove già il risveglio al mattino finirebbe sotto una tempesta di colpi taglienti, e dove poi, di ora in ora, verrebbe fiaccata l’attenzione e accentuato lo sforzo per sopravvivere, qui bisognerebbe pretendere che uno scopra le carte, qui bisognerebbe fare domande che esigano una decisione.

Vedevo chiaramente il paesaggio del Paradiso, dove hanno casa quelli cui Dante un tempo assegnò la beatitudine. Oggi, che non si parla più di ricompensa e si valuta soltanto la sofferenza patita, non rimane al viandante che comunicare ciò che ha appreso di quella sofferenza. E si troverà davanti la desolazione più completa, gli spazi celesti non saranno che vuoto, e non si può rappresentare niente dentro quel vuoto, giacché l’Alighieri di oggi dovrebbe mettere da parte il gioco d’illusioni, non può ridestare i morti, non possiede nient’altro che la realtà di parole che adesso si possono ancora pronunciare, ED E’ SUO COMPITO TROVARE QUELLE PAROLE E FARLE VIVERE, NEL VUOTO PIU’ ASSOLUTO. MA IN CHE MODO? SOLTANTO COME VOCI, NEL BUIO, OPPURE NELLA LUCE ACCECANTE, SENZA BOCCHE NE’ VOLTI, PRIVE DI CORPO?
(…)

(1965)

Crf. Peter Weiss, Inferni, Cronopio 2007

dove?


poesia mistica

Teresa de Cepeda (Avila 1515, Alba de Tormes 1582)

(…)

Quanto è mai lunga all’esule
quest’affannosa vita!
Quanto mai duri vincoli
che m’hanno ormai sfinita!
Mentre m’attendo l’esodo,
immenso è il mio martoro:
môro perché non môro.

Oh, com’è triste vivere
lungi da te mio Dio!
Se amar è dilettevole
lungo sperar è rio.
Troppo pesante è il carico,
troppo, Signor, m’accoro:
môro perché non môro.

La speme sol m’allevia
d’avere un dì a morire,
ché col morire eterea
vita verrò a fruire.
Morte che a vita susciti,
non ritardar! T’imploro!
Môro perché non môro.

Non mi tradir! Fortissimo –
Vita, ricorda – è amore.
Puoi guadagnar col perderti.
Cedi! Per te è migliore.
Morte, orsù, dunque, affrettati,
scocca il tuo dardo d’oro!
Môro perché non môro.

(…)



***

Libero e lieto è il cuore innamorato,
che tutto e solo si concentra in Dio.
Per Lui rinuncia ad ogni ben creato,
per Lui si lascia in disdegnoso oblio.
Il suo pensiero è tutto in Lui sacrato,
ed Ei l’appaga in ogni suo desìo.
Così, fra mezzo a questo mar sconvolto,
passa sereno nella pace avvolto.


Versioni di Padre Egidio di Gesù

maurice blanchot: thomas l'obscur

Dal romanzo Thomas l'obscur, Gallimard 1950.

Thomas avanzò nella campagna e vide che la primavera iniziava. Lontano, gli stagni stendevano le loro acque torbide, il cielo era splendente, la vita giovane e libera. Quando il sole salì all’orizzonte, i generi, le razze e persino le specie future, rappresentate dagli individui senza specie, popolarono la solitudine in un disordine colmo di splendore. Libellule senza elitre che non avrebbero dovuto volare che tra dieci milioni di anni provarono a prendere il volo; rospi ciechi si trascinarono nel fango cercando di aprire i loro occhi capaci di visione per il futuro soltanto. Altri, attirando lo sguardo nella trasparenza del tempo, obbligavano colui che guardava a divenire visionario per una profezia suprema dell’occhio. Luce splendente in cui, rischiarati, impregnati dal sole, tutti si agitavano per ricevere il riflesso di nuove fiamme. L’idea di perire spingeva la crisalide a diventare farfalla, la morte per il bruco verde consisteva nel ricevere le cupe ali della sfinge, e c’era nelle effimere una coscienza superba di sfida che dava l’impressione inebriante che la vita sarebbe durata per sempre. Il mondo poteva essere più bello? Attraverso i campi si stendeva l’ideale del colore. Attraverso il cielo trasparente e vuoto si stendeva l’ideale della luce. Gli alberi senza frutti, i fiori senza fiori portavano all’estremità dei loro steli la freschezza e la giovinezza. Al posto della rosa, c’era sul roseto un fiore nero che non poteva essere avvizzito. La primavera avvolse Thomas come una notte scintillante e si sentì dolcemente chiamato da questa natura che debordava di felicità. Per lui, un frutteto sbocciò nel seno della terra, uccelli volarono nel nulla e un mare immenso si estese ai suoi piedi. Camminava. Era lo splendore nuovo della luce? Sembrò che, per un fenomeno che si aspettava da secoli, la terra ora lo vedesse. Le primavere si lasciarono guardare dal suo sguardo che non vedeva. Il cuculo cominciò il canto inaudito per il suo orecchio sordo. L’universo lo contemplava. La gazza alla quale dette il risveglio non era già più che un uccello universale che lanciava un grido per il mondo profanato. Una pietra rotolava e scivolava attraverso un’infinità di metamorfosi la cui unità era quella del mondo nel suo splendore. Nel mezzo di questi fremiti, la solitudine risplendette. Si vide sulla profondità del cielo elevarsi un viso raggiante e geloso i cui occhi assorbivano tutte le altre figure. Si levò un suono, grave, armonioso, che risuonava all’interno delle campane come il suono che nessuno può sentire. Thomas avanzava. La grande infelicità che stava per sopraggiungere appariva ancora come un evento dolce e tranquillo.
(…)

Traduzione di Laura Sergio